EXHIBITIONS

COLLETTIVA CHAPEAU

NUOVE FORME DI “RESISTENZA” DELL’ARTE NELLA MOSTRA:
“NEL SOGNO DELLA PITTURA E DELLA SCULTURA”

Dal 20 settembre al 3 ottobre nella Sala espositiva di Via Visiale a Spoleto 13 artisti tracciano una linea di comunicazione tra passato e futuro nella prima mostra organizzata dal nuovo incubatore per la promozione di arte Chapeau, in collaborazione con la gallerista Carla Mazzoni. Testi critici di Robertomaria Siena. Inaugurazione: 19 settembre ore 17.30.

38 dipinti e 2 sculture costituiscono il “manifesto” di 13 voci dell’arte contemporanea, oggi impegnate a ribadire con forza attraverso l’esaltazione di colore e forma il ruolo di primo piano del processo creativo contro ogni tentativo di azzeramento culturale odierno. Emerge dalla mostra “Nel sogno della pittura e della scultura” che sarà inaugurata martedì 19 settembre alle 17.30 nella Sala espositiva di Via Visiale a Spoleto.

Organizzata dal nuovo incubatore per la promozione artistica Chapeau in collaborazione con la gallerista Carla Mazzoni, l’esposizione propone una eclettica selezione di opere di Gianluca Aronni, Patrizia Borrelli, Simone Butturini, Fabio Ferretti De Virgilis, Piero Fornai Tevini, Federico Giampaolo, Margherita Giordano, Marek (Marco Pettinari), Laura Pellizzari, Gunter Pusch, Francesca Rizzuto, Lorenzo Romani e Gianluca Sità. Una quarantina di visioni e rappresentazioni dell’immaginario che spaziano da interpretazioni surreali a onirismo, da splendore barocco a mito, da anacronismo al fantastico per tracciare un percorso provocatorio tra passato e futuro.

«I tredici artisti della mostra ‘Nel sogno della pittura e della scultura’ dimostrano (anche se ormai non ce ne sarebbe bisogno), che le dichiarazioni di morte del quadro sono parole al vento contraddette dai fatti» spiega lo storico Robertomaria Siena. «La lingua morta della pittura è dunque più viva che mai e, anzi, si apre a ventaglio dimostrando così una ricchezza e una complessità di poetiche che lascia sorpresi e consolati». Una presa di posizione che riporta in primo piano, senza nostalgie ma mossa da uno spirito di recupero di autonomia intellettuale, il significato più autentico di pittura e scultura «contro l’anoressia coltivata da larghissimi settori del contemporaneo».

Chapeau, ovvero www.chapeauart.com, rappresenta un progetto, un insieme di persone e un luogo virtuale concepito per l’arte. Nato dagli appassionati d’arte Massimo Rossi e Giorgia Massari, riunisce in una community artisti di reputazione internazionale ed emergenti per promuoverne le iniziative, comunicarle al grande pubblico e commercializzarne le opere. La mostra “Nel sogno della pittura e della scultura” costituisce la prima iniziativa di una serie di eventi ed esposizioni organizzati da Chapeau per artisti che con le loro diverse caratteristiche e visioni desiderano creare un percorso alternativo.

Orari di esposizione: Dal 20 settembre al 3 ottobre dalle 10.30 alle 13.30 e dalle 15.30 alle 20.30.

Contatti: Massimo Rossi - chapeauart.com – info@chapeauart.com - 349.2969838
Ufficio Stampa – Monica Sommacampagna – gsommacampagna@gmail.com - 335.6244116

COLLETTIVA CHAPEAU

ENSEMBLE

Ensemble è la prima grande collettiva di Chapeau, un insieme di opere d’arte che creano una visuale generale sul gusto dei curatori di questa galleria virtuale.
Come fosse una grande esposizione contemporanea, Ensamble si fa luogo d’unione per svariati artisti e altrettanto varie ricerche: partendo da un approccio figurativo troviamo i lavori di Laura Muolo, Valentina Biasetti e Ruggero Salvatore. In tutti questi lavori la figura umana è al centro della composizione: Ruggero Salvatore ci mostra un viso di donna, bella ed inquietante come una furia di Klimt, con i grandi occhi puntati su di noi, dai quali riusciamo a distogliere lo sguardo solo grazie alle striature oro che le solcano il viso. Valentina Biasetti realizza invece tre tele dove la figura della donna ritratta non ha volto: vediamo le posteriori rotondità di lei in primo piano, il viso è lontano dallo spettatore e non delineato.
Il colore nero centrale quanto lei nella composizione sembra sopraffarla: come nelle opere di Francis Bacon, questa figura è afflitta dallo spazio in cui si trova, ricorda l’angoscia della condizione umana che tenta di allontanare proteggendosi tra gli elementi di rosa e di oro sul lato opposto della tela. Laura Muolo ci mostra invece due figure di mimi, una femminile e l’altra maschile: entrambe sembrano due ritratti fotografici scattati durante l’esibizione, e se questo da un lato può stereotiparli caratterizzandoli nel loro mestiere, dall’altro l’opera dell’artista li salva, facendoceli conoscere e donandogli personalità.

Più astratta è la ricerca di Gloria De Vitis, dove le opere sono grandi campiture di colore su cui l’artista gioca creando flussi, sovrapponendo altri toni e lasciandoci liberi di dare forma a questi. E’ un gioco che ritroviamo nelle fotografie materiche di Mattia Morelli, dove l’artista stesso parla di antropomorfizzazione di ciò che ci circonda: scatti realizzati a porzioni di muro che racchiusi in spesse cornici di tela verde, ci ricordano antichi ritratti e piccoli cammei da avvicinare all’occhio per scrutarne il profilo di qualche venere, donando forma umana al materiale fotografato.
Sul tema paesaggistico troviamo i lavori di altri due artisti: OL e Simone Butturini. Nelle opere di entrambi sembra esserci una riflessione sul rapporto tra l’umano e la natura: OL ci mostra una veduta urbana, al centro palazzi che con le loro geometrie definite vorrebbero esserne il fulcro, ma il cielo grigio dietro loro sembra risucchiarli e vincere la costruzione umana. Simone Butturini con le sue torri d’acqua realizza un dittico della crisi umana: un faro ormai vinto dalla tempesta che lo circonda ed una torre che s’innalza fiera su un cielo azzurro. Entrambe le opere parlano del rapporto uomo-natura e se nella prima vediamo la costruzione sopraffatta dalle forze del mare, il secondo scenario ci regala l’ immagine di un connubio perfetto dove l’ architettura sposa la natura, lasciandoci sognare/sperare un rapporto di reciproco rispetto.

Una dimensione molto più sognante prende forma nei lavori di Paolo Luchena e di Grigoletto, per i quali possiamo parlare di sinestesia: gli ulivi di Luchena potremmo toccarli oltre che vederli nel loro farsi e delinearsi tra le piccole pennellate di colore con cui l’artista ci restituisce la sua visione della natura. In questo sogno le piante sembrano fatte della stessa materia dell’atmosfera che li circonda, i segni colorati riempiono la tela ed esprimono un movimento che è interiore all’artista e che sta riportando sulla tela. Grigoletto realizza con materiali di riciclo un lavoro minuzioso creando la sagoma di un violino e di un sax che sembrano ricamati nello spazio vuoto, ed emanano il suono romantico a cui li asso- ciamo con una poesia che non è più solo visiva ma anche musicale. Quasi fiabesche le figure rappresentate da Sandro Bellomo e Laura Pellizzari: il primo raffigura sulla tela segni, uccelli, ed un cavaliere che nella parte inferiore della tela sembra essere il fulcro del ritmo creato dagli elementi che si ripetono. Ritmo e musicalità non sono solo visivi in quest’opera: il titolo Bye Bye Blackbird richiama l’omonimo pezzo jazz anni 20, e forse gli uccelli che sembrano prendere il volo nella parte superiore della tela sono gli stessi salutati nel ritornello della canzone, scritta da Mort Dixon e interpretata da numerosi artisti. Le Piccole Veneri di Laura Pellizzari sono invece due gruppi di sculture, quattro donne che dialogano tra loro a coppie, e che con la loro giocosità, i cappelli colorati e il timido movimento ricordano delle piccole fate.

Una ricerca a prima vista più geometrica è quella realizzata da Margherita Giordano: tra le sue opere troviamo due studi di fiori realizzati se- guendo le perfette proporzioni della sezione aurea. L’artista indaga la natura con animo sensibile e riflette sulla bellezza di questa guidata dalla passione, cuore e mente, raffigurati nei due altri lavori proposti: un cuore umano, attorno una citazione circolare delle Rime del Buonarroti, ed un cervello circondato alla stessa maniere dal frammento di un testo di Emily Dickinson. A legare ulteriormente queste opere tra loro la figura del cerchio, il mandala: è partendo da questo e riflettendo sulla psicoanalisi junghiana e il senso di completezza prodotto dalla visione di questa figura perfetta, che l’artista fa nascere gli studi sui fiori e circonda con frammenti che sono una dichiarazione d’amore all’arte gli organi rappresentati nelle altre due opere.
Altra riflessione sulle forme e sul loro equilibrio è oggetto delle opere presentate da Marek, un regno di armonia tra forme e colori, caratteri grafici che ricordano il Dada e geometrie colorate che vi sovrappongono dando ritmo alle composizioni. Più accademiche le forme studiate da Nina Koch nel nudo femminile presentato, bozzetto preparatorio di una scultura, dove risaltano le rotondità michelangiolesche della donna ritratta come una venere abbandonata ai sensi.

Altre opere ci parlano invece di una dimensione interiore: Tina Sgrò lo fa realizzando tele espressioniste nelle loro pennellate e i loro colori che richiamano l’interiorità: il suo Interno viola è un titolo ridondante, l’artista sta mostrando una parte di se, abbozzata nell’ombra come nella ve- duta della stanza sulla tela, la luce che rende visibile le sue geometrie è l’arte che permette all’artista di mostrarsi. Predomina nella seconda tela presentata il blu, colore dell’interiorità per eccellenza: una veduta notturna, una strada illuminata, dove percepiamo la stessa tranquillità dell’interno viola, con la rassicurante presenza delle stelle nel cielo che si schiarisce sopra i monti.
Ritroviamo intimità nelle ferite di Francesca Rizzuto: l’artista ci parla di dolore, ci riporta alla sofferenza esteriorizzata nelle performance degli anni 70, e la cogliamo in maniera diretta al primo impatto: potremmo toccare le ferite, sentirne i bordi e le cicatrici. E’ una terza dimensione con la quale mette a nudo il proprio dolore, consapevoli che l’autrice non è solo essenza di esso, lo amplifica creando una simbiosi con lo spettatore, ricondotto alle stesse emozioni dell’artista durante l’atto creativo.

Infine troviamo opere che sono espressione di una critica generale: Federico Giampaolo ci mostra due crocefissioni contemporanee alla nostra epoca, dove i due giovani martiri con i quali entreremo in empatia sono vittime del giudizio della folla esterna che li guarda e critica, esteticamente e nel pensiero. In A cosa stai pensando, il rimando è al web 2.0 dove ci racconteremo, e forse, presi dal bisogno di consenso e di accettazione, lo faremo non del tutto sinceramente. Anche in Pigmalione il bisogno di accettazione rende la giovane vittima della forma estetica, la perfezione e la giovinezza a cui tutti aspirano, per raggiungere la quale si sottoporrà alla chirurgia estetica. Della produzione di Gunter Pusch troviamo Faraday, un ritratto ottocentesco espressivo e delineato nelle sue pennellate. Andando oltre la ritrattistica classica, l’artista pone sul volto dello scienziato elementi geometrici colorati, a ricordare la ricerca del fisico sui campi elettromagnetici e rendendo l’opera un omaggio al personaggio che rappresenta. L’altra parte della sua produzione sono una serie di lavori che ci riportano alla riflessione tra natura e macchina: gli animali che presenta sono fuori dal loro contesto naturale, gli sfondi su cui sono rappresentati, microcip, lastre metalliche, non gli appartengono. Anche il profilo umano realizzato come fosse una composizione seicentesca di Arcimboldo, è un uomo fatto di elementi meccanici, ed è già macchina nel suo aspetto grigio. Come stencil realizzati sui muri metropolitani, queste opere riportano l’elemento naturale dove un tempo era e ora sembra solo un atto vandalico; la critica che ne emerge, ridare vita ad una realtà ormai troppo meccanica per la vita stessa, per riflessione e realizzazione lo avvicina alla street art, e nel caso di Bosch il gesto rivoltoso viene riportato all’interno di una galleria.
Ben diversi gli animali rappresentati da Giuseppe Mucci: uno dei suoi Toros è il primo piano di un Toro, l’aspetto riflessivo dell’animale, quasi umano in questa posa, contrasta con la dinamicità della seconda tela, dove la cavalcata furibonda e la violenza connaturata all’animale viene espressa nel forte movimento reso e dal pigmento rosso che fa da tonalità dominante in tutta l’opera.

Con le loro ricerche e i loro diversi stili questi artisti creano una visione poliedrica: Ensemble è una mostra ed anche una sperimentazione che dà la possibilità di godere dell’opera di ogni singolo artista e allo stesso tempo offre più universi da esplorare, lasciando libera la mente di connettere tra loro le realtà che ora può cogliere in contemporanea. Starà all’osservatore creare un filo che le congiunga o lasciarsi coinvolgere ogni volta dalla bellezza peculiare di ciascun’opera. Come l’insieme dei segni che crea un codice nella semiotica, così l’insieme di queste opere crea il linguaggio di Chapeau: arte d’amare in un luogo dove l’animo sensibile può trovare il suo spazio, ed è con questa collettiva dal titolo “Insieme” che i galleristi ce lo mostrano.