SIMONE BUTTURINI

NATURA INTERIORE

IL DIRIGIBILE E IL CIELO
di Marco Goldin

Non mi perderò a cercare derivazioni e desinenze. Non mi perderò in grammatica e sintassi. Non scriverò nulla di tutto questo, non ne ho voglia. Dopo quasi vent’anni dal mio primo testo su Simone Butturini, voglio provare a rincorrerlo sulle piste del suo cielo, o dentro stanze in cui qualcuno ha apparecchiato la colazione sopra tovaglie bianche. Ma nessuno esiste e solo si muove un’aria ferma, tutta rappresa in muschi e muffe di memoria, in una rasatura del colore che talvolta s’inceppa, s’aggroviglia, s’incastra, sussulta. In quelle profondità di superficie che sono una caratteristica della sua pittura, a evocare un mondo che viene dal senso di una continuità per come io lo ricordavo.
Ha dipinto in questi anni recenti alcune torri d’acqua, un faro scosso da una mareggiata di spuma candida. Sono quadri molto belli, nei quali lo svettare di questi elementi architettonici, così personali e piantati nella terra della sua anima, sembrano alludere a un cippo di confine, a un punto necessario di attraversamento. Ma se da un lato c’è quest’aria assoluta e ultimativa, un poco americana nel ricordo di certi pittori, e anche un po’ cinematografica, dall’altro si sente quel parlare sommesso, privato e segreto che appartiene al ronzio felice della provincia. Come dire in poesia Whitman assieme a Bertolucci.

Trovo che la cosa più bella che Butturini oggi metta in immagine, sia questo rapporto benedetto, irrinunciabile e forse irrisolvibile, tra la terra e l’infinito. Così, mentre egli accenna allo svaporare immenso, sentiamo che una corda invisibile lo trattiene a riva, lo aggancia alla terra. Tutto ha varchi, aperture, trafitture dell’atmosfera che lasciano filtrare una luce come di sabbia, consunta e lacerata, slabbrata quasi fosse lo straccio rimasto di una bandiera nel vento di bufera. E’ da simili pertugi che entra, soffiato, il peso leggero del silenzio.
Proprio il silenzio che più di ogni altra cosa è tessera costitutiva di un mosaico che se apre a temi diversi - dai paesaggi tanto particolari, agli interni, alle figure fino ai piatti come nature morte -, si trova raccolto attorno a scarne e scabre misure. Che hanno bisogno di niente, perché la voce del colore è piuttosto assenza che presenza e il pittore lavora per dissodamenti, per togliere e levare e non per sommare tono a tono. In questo modo noi guardiamo i suoi quadri, assecondando un pensiero che si tiene sospeso, non ha bisogno di dichiarazioni ma utilizza l’immagine come punto di passaggio, quasi come pretesto.
Eppure questa è bella pittura, che Butturini non associa però mai alla sola sapienza costruttiva e nobilmente artigianale. Egli è artigiano che spalanca il cuore, lo rende un suono teso, costruito ma non costruibile. Faber, colui che forgia il silenzio, lo accende, lo ispessisce e poi lo gratta per togliere tutta la polvere e quella polvere infine farla vibrare nell’aria. Nell’aria delle sue stanze bellissime, per esempio. O nei suoi cieli inariditi, consunti appena di un azzurro sparso di nuvole piene d’afa e di foschia. Quei cieli che presto saranno solcati, forse, da un dirigibile, che però è ancorato a terra, mentre una lunga fila di persone, una massa che s’affolla, spinge per entrare. Ma per entrare dove, se non in quella piccola stanza, o cabina o armadio? Per entrare dove, se non nel sogno di un altro cielo?