LAURA PELLIZZARI

Storie di Ninfe

di Alessia Francescato

Tre ragazze, sorelle venerabili, dalla testa cosparsa di bianca farina, che svolazzano, sospese in uno spazio metafisico nutrendosi di miele. Ecco ciò che vediamo contemplando le opere di Laura: figure plastiche, di colore chiaro, con texture puntellata ma morbida, con i seni appuntiti, con occhi aperti e vigili, naso appena accennato e bocca da immaginare. Esse sono solitamente tre, spesso tra loro affiancate e, al primo sguardo, creano una suspense emotiva.
L’ambiente classico e mitologico cui appartengono è di chiaro richiamo, possono essere denominate “Ninfe, Grazie, Veneri, Muse, Sirene”; le stesse note per avere la possibilità di essere salvatrici e al tempo stesso devastatrici. Caratteristiche estreme e forti, adatte a chi possedeva sapienza. Sono state nominate raramente tra gli Dèi per queste qualità, poiché figure ambivalenti che si contrapponevano alla figura della Divinità classica, perciò la loro sapienza metafisica non fu riconosciuta dal pantheon olimpico.

La bellezza che le descrive non va interpretata con la contemporanea concezione di bellezza legata solo alla forma, ma appartiene all’idea classica di essa poiché sunto estetico della perfezione interiore “ la forma è la sostanza”. Se si osserva, infatti, la sintesi formale delle “Ninfe”o “Veneri”, si nota una certa similitudine con la Venere di Milo in cui le braccia non sono riprodotte e il cui modellato è reso con delicate suggestioni chiaroscurali, nel contrasto tra il liscio incarnato nudo e il vibrare della luce nei capelli. Infatti, Venere, dea della bellezza e dell’amore, rappresenta, nella sua essenzialità, la sinuosità serpentina del corpo, i volumi rotondi dei seni e il ventre, tutti elementi della fertilità, della bellezza, della femminilità.

Le Ninfe, come le Grazie canoviane, sono impegnate in un dialogo silenzioso fatto di bellezza e di natura, e rappresentano la manifestazione dell’armonia della natura stessa, che si dichiara attraverso la semplicità e l’essenzialità delle forme; la presenza del numero tre è la raffigurazione della perfezione numerica. Queste figure costituiscono immagini ancestrali che saggiamente ci raccontano, tramite la loro bellezza, la saggezza che è insita nelle cose. “ Le Grazie” di Laura hanno gli occhi aperti, spalancati sul mondo per vegliare costantemente su ciò che accade; a volte hanno dei curiosi cappellini appuntiti in testa, come una corona che conferisce loro potere.

Chi indossa un copricapo particolare, è facile sia qualcuno che ammiriamo o che temiamo, a cui riconosciamo autorevolezza o che abbia ascendente su di noi. L’elemento del cappello è un simbolo inconscio, esso conferisce un aspetto misterioso a chi lo indossa; è un elemento che spesso ha a che fare con il cambiamento, ma soprattutto con la trascendenza dal mondo della materia al mondo delle idee. Il cappello può anche essere un simbolo fallico che, dunque, mette alla pari la donna con l’uomo. Le sculture femminili antropomorfe “per metà donna, per metà cavallo” sono come valchirie piene dell’energia cosmica; s’impongono per portare novità, annunciarci l’esistenza di altre dimensioni e per condurre al loro paradiso le anime morte degli eroi. A questo punto possiamo chiederci se ci troviamo di fronte a “Grazie” rasserenanti elargitrici di fertilità e incarnatrici dell’armonia della natura, oppure a “Ninfe” devastatrici che portano alla follia l’uomo tramite la loro bellezza.